Il mare della Liguria ha indelebilmente segnato la mia infanzia e la mia vita.
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Il mare e la vita
Le onde del mare spumeggiavano. Arrivavano alla riva bianche, schiumose, si attorcigliavano alle gambe, schizzavano sul viso, spingevano e trascinavano.
Ero sempre ipnotizzata davanti al mare grosso che lo sentivo rumoreggiare sin da casa.
– Oh Signore del cielo! Va bene, ma non andare lontano, stai vicina alla riva che io ti possa vedere, se non stai vicino ti faccio venire subito su…non ti tuffare, non andare sotto, non saltare, il mare è pericoloso, la vita è pericolosa, il sole scotta, la digestione è difficile, io sono stanca…-
Così erano i bagni nel mare grosso. La vecchia tata dalla ancestrale paura del mare ci permetteva di andare a patto che restassimo sulla riva, dove l’acqua non andava oltre le ginocchia, e dove, se fossimo state sul punto di annegare, avrebbe potuto chiamare aiuto, gridare al mondo che non era sua la responsabilità, che le toccava badare alle bambine anche se era vecchia, che lo faceva con il cuore ma quelle bambine tentavano in continuazione di fare il bagno, sempre in acqua, sempre in acqua fino ad avere le labbra viola e le mani grinzose invece di stare quiete sulla riva a giocare con i secchielli, e poi Nina è proprio una ribelle, ma lei era buona di cuore e lo faceva volentieri, e per carità, che qualcuno salvasse le bambine che stavano per annegare.
La sua vita emozionale si sviluppava tutta lì, nel timore che noi annegassimo e nella speranza di poterci salvare chiedendo aiuto.
Anche quel giorno eravamo lì: lei mi teneva stretta per mano e io scrutavo le onde e quella fetente di mia cugina che era riuscita a svicolare per prima la sorveglianza, si era infilata in fretta lo slip rosso con le bandierine colorate e non aveva aspettato che io mi cambiassi.
[che ero rimasta incastrata nella cabina di legno blu quando la tata mi aveva intimato di cambiarmi e di voltarmi dall’altra parte mentre si cambiava pure lei, sicura che se mi teneva dentro con lei, mia cugina non sarebbe scappata a fare il bagno. Io avevo ubbidito ma mi ero subito annoiata nel guardare le listarelle di legno verde e oppressa dal caldo e dai movimenti grossolani della tata mi ero leggermente voltata e avevo visto il sedere che di sicuro doveva essere il più grande del mondo, con la pelle chiarissima e tutta a montagnole, un ammasso di carne bianca e vibrante nel tentativo di infilarsi nel costume da bagno contenitivo, con curve mirabolanti e frementi, che sembravano un cibo. La tata, nel tentativo di tirar su il pesante costume lungo le grosse cosce si accorse che mi ero voltata, riprese vigore e con forza, mentre mi sgridava, fece movimenti precisi e infilò di nascosto il seno nelle coppe, fece schioccare le spalline sulle spalle morbide, tirò con forza verso il basso il costume a coprire l’imboccatura delle cosce e poi ancora su a sostenere il seno, con un gesto affascinante sistemava tutte le sue gigantesche curve e io ammirai l’essere adulta e invidiai tutte quelle cose che lei aveva. Finalmente aprì la porta della cabina e uscimmo. Naturalmente di mia cugina non c’era traccia. E io, sotto smacco, corsi a cercarla a riva mentre lei intimava di aspettarla e chiudeva la cabina lasciando la chiave su, come d’uso, e portando con sé la borsetta con dentro gli spiccioli per il nostro gelato].
La tata arrivò barcollando sulla sabbia rovente che io ancora non avevo visto mia cugina. Lasciò che le onde le lambissero i piedi ma poi si ritrasse mentre scrutava il mare pensando alla imminente tragedia, la morte certa di mia cugina nel mare grosso.
Rimasi titubante anche io: le basse onde della riva arrivavano con una forza allegra e avvolgendo le caviglie, scavano una piccola fossa sotto la pianta dei piedi. Le urla festeggianti degli altri bambini non le riconobbi: sentii invece un tremore di eccitazione in me, il desiderio di affrontare il pericolo imminente e il richiamo forsennato del mare.
La corrente aveva spinto mia cugina al largo e io non avevo nessuna intenzione di restare sulla riva: guardai la tata che era già quasi senza voce per il terrore della spuma bianca mentre gridava incessantemente il nome di Monica accompagnato da un Signore Benedetto: – vado a prenderla!- le urlai e senza attendere il suo no mi inoltrai saltellando nell’acqua.
La voce della tata si perdeva man mano che avanzavo, coperta dal fragore delle onde mentre io le scavalcavo per raggiungere mia cugina. A tratti sentivo alle spalle delle sillabe gridate, un …Niiiii-naaaa che si perdeva nel passato mentre io saltellavo in avanti, e lasciavo dietro di me la tata dalle gambe nodose che cercava di pregare e urlare insieme.
Non distinguevo nemmeno la voce di Monica, che era davanti a me dandomi le spalle, poi si girava ridente e agitava le mani e qualcosa diceva per forza, lo potevo distinguere dal movimento delle labbra e dall’esasperato movimento delle braccia, tra un riposo e l’altro dell’avanzare delle onde.
“ Vieni qui, qua ci sono le onde forti!”
L’acqua arrivò improvvisa, mi mollò uno schiaffo che non ero preparata a ricevere (ma si può mai essere preparati a ricevere uno schiaffo?) perché ero intenta a cercare le onde più alte vicino a Monica. Persi l’equilibrio, ma solo per poco.Puntai i piedi sulla sabbia, passai le mani tra i capelli lunghi che mi coprivano interamente il viso (li odio i capelli lunghi – pensai – li voglio corti, corti, corti ma la mamma non vuole, “le bambine stanno bene con le code e i capelli raccolti, tu poi hai un viso perfetto per la coda di cavallo”): era bastata solo un’onda e l’elastico si era perso, strappato dal mare.
Alzai le gambe, ancora scavalcai le onde e contrastai la corrente fino ad arrivare vicino a Monica. Nessuna di noi guardò la riva, così da poter essere certe che la tata non ci avrebbe potuto richiamare. L’acqua, tra un’onda e l’altra, ci arrivava al torace e sapevamo che con le onde si sarebbe alzata ancora di più.
Lei era estasiata: a metà tra il terrore e la felicità, i capelli corti appiattiti sul viso tondo, le gocce di acqua che scintillavano sulle spalle nude, non poteva permettersi il lusso di perdere la supremazia che aveva conquistato andando in acqua prima di me, e nonostante fosse più piccola di un paio di anni giocò la carta dell’esperienza e mi urlò:
“Sono altissime, guarda, saranno dieci metri, prima ne è venuta una di venti metri! Se le prendi giuste ti portano fino a riva. Attenta preparati! Questa la dobbiamo bucare!”
Perché nel mare grosso la regola era sempre stata quella di bucare le onde. Solo i maschi cercavano di prendere la cresta e farsi trascinare a riva.
Io mi girai ad affrontare quella che stava arrivando; giunsi le gambe nel fondo del mare e le piegai appena, alzai le braccia unendo le mani a preghiera. L’onda sembrava mite, morbida si alzò, si arrotolò piena, sublime, salì sopra il mio capo, era di una bellezza mozzafiato, schiumava bianca, parlava una voce sconosciuta che incantava, e io che la sentii fermai il tempo, guardai l’onda, ascoltai il suo grido, presi il fiato, allargai le braccia e le gambe, fai di me quello che vuoi, non mi fai paura, non ti buco, non ti rovino, prendimi, travolgimi, e prima ancora che l’onda si chiudesse su di me la corrente sollevò i miei piedi, mi risucchiò giù, e io scivolai morbida, solo il tempo di prendere fiato.
Mille mani presero le mie caviglie e avvolsero il corpo, mentre io trattenevo il respiro, “potrei vivere sott’acqua io”, e alzai gli occhi giusto il tempo di vedere l’onda che rovinava violenta su di me, ma il mare era mio amico e mi aveva trascinato giù per salvarmi dalla potenza dell’onda. Ebbi solo il tempo di sentire l’urlo di Monica che bucava l’onda un po’ più in là e io ero sotto acqua. Si potevano aprire gli occhi sotto acqua e tutto era un turbinio di bolle, uno spumeggiare, un farsi trascinare, questo deve essere l’oblio, pensai, rotolare sotto acqua, con i capelli che si muovono molli e le mani che cercano inutilmente un equilibrio che tanto è il mare che fa di me quello che vuole, che mi fa rotolare avanti e indietro, mi ha riparato dalle onde però adesso basta, ma come, non mi vuole lasciare andare, lasciami andare su, devo respirare, no hai detto che potevi restare qui, io ti ho catturato adesso ti tengo con me, non posso ti prego devo tornare su, dimmi, dove posso poggiare i piedi per risalire? No, ti trattengo non lasciarmi, resta sott’acqua con me, ti cullo io, no no! devo uscire da qui, devo respirare!
e il mare muggì cupo e sollevò la sabbia rabbiosa chiudendomi gli occhi, cominciai a muovere le braccia e a tendere le gambe finché sentii il terreno sotto di me, diedi un colpo di reni e mi alzai, emergendo violenta sopra l’acqua e riuscii a fare un gran respiro ma il mare mi riprese, mi trascinò giù, resta con me, ti prego resta con me, non posso ma se mi lasci andare torno dopo, io sono il mare e pretendo che tu stia qua, lasciami respirare, devo respirare e il mare si arrabbiò di nuovo ma io sbattei i piedi, presi a calci l’acqua, aprii gli occhi nonostante bruciassero, vidi la schiuma bianca sopra di me, allora verso di là devo andare e riemersi e il mare, sconfitto, fece sospendere le onde mentre io respiravo a bocca spalancata, mi riempivo i polmoni e guardavo il cielo e il sole e il mare improvvisamente piatto, che fortuna che ho avuto che il mare mi ha lasciato andare.
Mia cugina era vicina a me, urlò:
“Sei deficiente! Non ti vedevo più! Non è così che si deve fare! “Io avevo ancora il respiro affannoso, e pensavo al mare che mi voleva con se’, come fai a spiegarlo a Monica, lei che ti urla: dovevi bucare l’onda, non hai capito niente, non devi farti trascinare sotto, se ti vede la tata ti fa venire subito fuori dal bagno e non posso restarci nemmeno io!
Non ero stata in grado di rispondere e subito mia cugina urlò, elettrizzata: “Attenta! arriva l’onda!” Guizzò veloce, si spinse, diede un colpo di reni e bucò l’onda e rotondo e piccolo il suo sedere scomparve inghiottito, seguito dalle gambe dritte, unite, composte, una posizione da bambina beneducata, mentre io invece mi feci di nuovo prendere dall’onda, trascinare giù ancora, scomposta, i capelli lunghi sulla faccia, le braccia aperte e libere, prendimi, fammi rotolare ancora per metri avanti e indietro, è una gioia imparare a controllare il mare, dominare l’acqua, ascoltare il rumore sopra e il silenzio assordante sotto, giocare con lei, chissà quanto tempo posso stare senza respirare, chissà, e il mare che lo sapeva, mi avvolse di nuovo, e mi insegnò a trattenere il respiro, a vivere gettandomi, rotolando, senza fiato, in una continua lotta tra il cedere e il resistere. Il mare mi insegnò a trattenere il fiato, a vivere anche senza respirare. Fu il dono che mi fece il mare.
Io, inconsapevole, continuai a farmi trascinare sotto acqua.
Fu una gioia inattesa e stupefacente.
Musiche originali di Massimo Moretti per MaxMoreMusic
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